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May
21st
Wed
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live from biblioteca XD

Okay, forse non è stata una geniata mettermi una roba scollata per venire in biblioteca, ma dopo il diluvio di ieri oggi ci sono circa settordici gradi all’ombra e in biblioteca non c’è l’aria condizionata, quindi rischiavo di morire squagliata. A monte o_ò c’è sto tizio che si è seduto davanti a me e mi fa gesti osceni ridendo. Vabè. Ah, mi hanno rubato il Mein Kampf e sono stata pseudo-rimorchiata da uno che fa “scusa, sei russa? Mi traduci questo?” …sssssì. Io sono russissima. E soprattutto in questo momento vorrei bere qualcosa o quantomeno riavere il Mein Kampf, almeno riuscirei a finire la tesina di tedesco.
… il cielo si sta scurendo. Perchè si sta scurendo? Perchè? Come farò a tornare a casa?

Salvatemi. 

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A quel punto cominciai a sperare che i fantasmi esistessero davvero perchè sapere che la gente aveva un’altra possibilità di vita, che la fine non era la fine e che la resurrezione esisteva, che si poteva passare il peggio e uscirne cambiati - trasformati in qualche modo, intoccabili, invulnerabili - mi avrebbe dato tipo una speranza, perchè adesso ero anch’io come un fantasma, o almeno così mi sentivo ultimamente, e mi piaceva credere che forse in un modo o nell’altro potevo avere anch’io un’altra occasione.
— Joe Meno, I Capelli dei Dannati
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Ehm, Brian”, io mi voltai e vidi che stava piangendo e non sapevo che cavolo fare perchè non l’avevo mai visto piangere se non quell’unica volta al funerale di suo padre, dov’era stato tutto così rapido che non ero nemmeno sicuro di ricordarmelo bene. Mio padre si guardava le mani e dondolava la testa avanti e indietro. Poi si asciugò gli occhi e si alzò, allargando le braccia come se volesse che lo abbracciassi, e così feci, mettendomi a piangere un po’ anche io, e appoggiai una guancia sulla sua spalla che odorava di Tootsie Roll, lui ricacciò in gola qualche lacrima e disse: “Mi dispiace tanto, Brian, ma vi devo lasciare” e io: “Lo so, papà”, piangendo forte, al che lui disse: “VI prego, voi ragazzi, non mi odiate” e io: “Papà, io non ti potrei odiare mai” e lui: “È che qui proprio non posso starci più” e io: “Lo so, papà, ho capito” e lui: “Stasera, quando torni, sarò già andato via”, io annuii, lui mi diede una pacca sulla spalla e si risedette sul divano, con gli occhi chini sulle mani. Io corsi a perdifiato e uscii nel buio della sera, con le mani che mi tremavano.
— Joe Meno, I Capelli dei Dannati
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Il tipo era ancora un ragazzino, tredici anni al massimo, e sopra il labbro aveva dei baffetti appena accennati che non riuscivano a crescere; probabilmente non se li era mai tagliati e forse sperava che bastassero quelli a nascondere l’età che aveva e a farlo sembrare uno massiccio, cioè, uno più maturo di quello che era. C’aveva pure un’acne parecchio brutta, il monosopracciglio e un orecchino a croce capovolta che portava all’orecchio destro. Era piccolo, insomma, uno scemo ignorante del cazzo come potevo essere io quattro anni prima, con la paura di non essere fico, di non riuscire a inserirmi; potevo essere io veramente. Questi furono i pensieri che mi vennero in quel momento. E non mi andava giù l’idea di essere preso per il culo da uno che assomigliava a com’ero una volta, un ragazzino spaventato che voleva essere qualcuno, che voleva essere chiunque, tranne se stesso.
— Joe Meno, I Capelli dei Dannati
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Mentre tornavo a casa in bici continuai a ripensarci. A casa trovai mio padre crollato sul divano, mentre al piano di sopra sentii mamma che cuciva a macchina ed erano tipo le due di notte. Allora mi dissi che da qualche parte dovevano pure esserci dei genitori contenti di qualcosa.
— Joe Meno, I Capelli dei Dannati